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lunedì 12 gennaio 2015

A scuola di Ho'oponopono: ottava lezione (di Nicola Rachello)

HawaiiOttava lezione di Ho'oponopono Cristiano di Nicola Rachello: rendere attuale un pensiero antico.



A SCUOLA DI HO-OPONOPONO:
OTTAVA LEZIONE

Era il settembre del 2010 quando pubblicai il mio primo libro: Spiritualità, Sessualità e Massaggio (Albatros Edizioni). Si trattava di un manuale dedicato al massaggio di tecnica hawaiana. Nel testo premettevo un excursus sulla storia di quel meraviglioso arcipelago chiamato Hawaii.
James Cook, suo scopritore, fu accolto come una manifestazione del dio Lono, il dio dell’agricoltura, della fertilità (non solo della terra ma anche sessuale), della pace e dei giochi sportivi. Un giorno vi farò dono di alcune tra le pagine di quel mio primo libro, ma sono sicuro che moltissimi di voi hanno letto qualcosa su quel leggendario capitano, o perlomeno visto uno dei tanti film ispirati alla sua vita. Si narra di centinaia di canoe che accostarono le navi del capitano Cook il quale, giunto alle Hawaii, decise di incarnare il mito di Lono e di viverlo fino al suo tragico epilogo, culminato con la sua stessa morte, avvenuta per mano di un indigeno il 14 febbraio 1779. Vi racconterò questa storia che mi ha sempre affascinato, ve lo prometto, ma non ora. Per il momento teniamo per dati storici e documentati da tutti gli studiosi ed esperti etnografici che le Hawaii erano isole dove la popolazione venerava decine e decine di divinità, legate al mondo della natura e viveva in un modo naturale e libero la propria sessualità. Non posso qui affermare che fossero isole pacifiche, perché la maggior parte del tempo (otto mesi su dodici), gli abitanti delle varie isole erano in guerra tra di loro. Si trattava di lotte fratricide, lotte di potere tra regnanti di isole diverse, per estendere il dominio sulla totalità dell’arcipelago. Dunque erano frequenti anche i tentativi di rovesciare i re in carica e di prenderne il posto. Ma, come dicevo, di questo vi parlerò un’altra volta.
Riprendendo ora il filo del discorso, andiamo a qualche anno dopo la morte di James Cook, nel 1820, quando sbarcarono alle Hawaii i primi missionari cristiano evangelici. Con l’arrivo dell’uomo bianco comparvero nelle isole malattie prima mai conosciute come la sifilide, la gonorrea, la polmonite, il vaiolo e il morbillo, che portarono quasi allo sterminio tra la popolazione locale. Oltre alla distruzione fisica, i missionari sradicarono completamente la cultura indigena, indirizzandola verso un ambito religioso dove la divinità era unica, un dio posto al di fuori dell’uomo. L’intercessione e i rapporti con la divinità furono quindi regolati su basi diverse: divennero prerogativa dei missionari che vietarono ogni sorta di precedente attività ritualistica e impressero il sigillo del peccato su ogni azione e relazione sessuale diversa da quelle accettate nella cultura occidentale.
Capisco bene quanto questo abbia segnato in profondità l’anima hawaiana e tutte le generazioni che da allora in poi si sono succedute. Io stesso mi sono sentito“incazzato”, e mi sono chiesto più volte con quale diritto l’uomo bianco avesse distrutto una cultura così bella e con tradizioni secolari. C’è una grande rabbia dentro di noi che non è stata ancora pulita e che portiamo dentro da molte generazioni. Una rabbia che impreca ogni volta che osserviamo ledere il diritto alla vita in nome di una religione, di una fede. Una rabbia che riemerge potente ogni volta che si affronta quest’argomento.
E arriviamo ai primi del Novecento, quando incontriamo un personaggio che con la sua opera ha cambiato la vita di milioni di persone: Morrnah Simeona.
Morrnah nacque il 19 maggio 1913 quando lo scempio, l’opera di distruzione di questa cultura atavica per mano dell’uomo bianco era ormai quasi conclusa. A lei non restava che raccoglierne i cocci, e tramandare ai posteri quello che restava dopo tanta devastazione.
Ma Morrnah fece qualcosa di più. Cresciuta nei valori cristiani, cattolici e protestanti, e contemporaneamente secondo le tradizioni da sempre politeistiche delle sue genti, ella vive la rivelazione di un Dio unico, comprende che la Fonte è una sola, per tutte le genti di ogni latitudine. A questa sua spiritualità dona la devozione e la delicatezza dei più puri valori cristici. In lei si è realizzato il perdono per tutto quello che aveva vissuto la sua gente, per lo sterminio, la distruzione. Messaggera di Dio, Morrnah Simeona realizza la “Cattedrale dell’Anima”, quel luogo nel nostro intimo dove ritirarci a pregare e scoprire che per parlare con Dio non è necessario nessun intermediario, nessun prete: nel nostro santuario personale siamo solo noi e Dio.
Le parole che usa non sono certamente quelle del suo popolo, della sua gente che in passato era devota ai culti di divinità della natura, bensì quelle che traggono linfa dal corpus cristico: perdono per essere perdonati, amore per essere nutriti, gratitudine per fare del nostro percorso umano, la nostra scuola più grande: la scuola di Ho’oponopono.
Qui, davanti a voi, vorrei confessare quanto questa comprensione mi sia costata; quanto abbia lottato, imputando alla chiesa i peggiori comportamenti e le peggiori deviazioni morali e comportamentali.
Poi, d’un tratto, Morrnah si è avvicinata a me, Cristo stesso si è avvicinato a me, e ho udito chiaramente le loro parole per me di liberazione: “Non è questo il nostro insegnamento, non continuare a giudicare, a condannare, a colpevolizzare: inevitabilmente ti ritrovi a fare ciò solo dentro te stesso. L’amore assoluto non ha eccezioni. L’amore incondizionato non ammette deroghe. Esiste un solo modo per amare: donarsi completamente”.
E io, umilmente ringrazio: mai come ora sento di dover fare silenzio.
Grazie.

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